Un'aria di solitudine
Pubblicato da Andrea Mottarella in Racconti · Mercoledì 31 Dic 2025 · 11:45
Tags: solitudine, montagna, racconto, di, esperienza, scrittura, narrativa, fotografia, di, paesaggio, cammino, autenticità, silenzio, crepuscolo, luce, naturale
Tags: solitudine, montagna, racconto, di, esperienza, scrittura, narrativa, fotografia, di, paesaggio, cammino, autenticità, silenzio, crepuscolo, luce, naturale
Cerco e temo la solitudine allo stesso tempo. Certamente ne sento il bisogno.
Provo una grande ammirazione per quegli uomini che, nella solitudine, sono riusciti a trovare la propria dimensione e realizzazione. Uno su tutti: Walter Bonatti.
Il suo è stato un rapporto estremo con la solitudine, forzato da eventi che lo hanno portato a perdere fiducia nell’essere umano e di conseguenza a cercarla con insistenza.
Provo una grande ammirazione per quegli uomini che, nella solitudine, sono riusciti a trovare la propria dimensione e realizzazione. Uno su tutti: Walter Bonatti.
Il suo è stato un rapporto estremo con la solitudine, forzato da eventi che lo hanno portato a perdere fiducia nell’essere umano e di conseguenza a cercarla con insistenza.
"Isola benedetta", la definiva Battiato.
Credo che la solitudine sia parte essenziale della vita di un uomo. Penso sia la chiave per conoscersi profondamente e dialogare in onestà con il proprio io. Probabilmente non esiste strumento migliore per esplorarsi davvero.
Con gli altri possiamo essere chi vogliamo, ma difficilmente riusciamo a essere noi stessi. Con un po’ di esercizio possiamo diventare chiunque, indossando le innumerevoli maschere che la società richiede. Quando invece restiamo soli, a dialogare con noi stessi, le maschere si dissolvono, le menzogne affiorano, e ci scopriamo nudi, piccoli, immensamente fragili.
Con gli altri possiamo essere chi vogliamo, ma difficilmente riusciamo a essere noi stessi. Con un po’ di esercizio possiamo diventare chiunque, indossando le innumerevoli maschere che la società richiede. Quando invece restiamo soli, a dialogare con noi stessi, le maschere si dissolvono, le menzogne affiorano, e ci scopriamo nudi, piccoli, immensamente fragili.
La solitudine è un inno all’autenticità e nella montagna trova un alleato fedele, un terreno ideale in cui poterla incontrare. La fatica, il rischio, i silenzi, l’imprevedibilità sono elementi preziosi, indispensabili per vivere un’esperienza pura e autentica.
Capita di sentirne il bisogno con urgenza. È difficile da spiegare. C’è chi lo chiama il richiamo della montagna, e forse è qualcosa di simile. Ma la necessità è soprattutto quella di vivere un attimo che sia tremendamente autentico. Il pensiero corre alle pillole di Matrix.
Capita di sentirne il bisogno con urgenza. È difficile da spiegare. C’è chi lo chiama il richiamo della montagna, e forse è qualcosa di simile. Ma la necessità è soprattutto quella di vivere un attimo che sia tremendamente autentico. Il pensiero corre alle pillole di Matrix.
Serve molto coraggio per affrontarla, per restare davvero soli con il proprio io e con le paure più profonde. Anche perché, quando finalmente ci guardiamo senza filtri, ciò che vediamo è spesso diverso da ciò in cui abbiamo sempre creduto.
Amo un passaggio di De André che descrive perfettamente questa sensazione.
«Mi sono guardato piangere in uno specchio di neve, mi sono visto che ridevo».
In questo verso c’è tutto: la contraddizione, la sorpresa, il riconoscersi e lo smarrirsi allo stesso tempo.
È da un pò che desidero salire sulla cima del Monte Berlinghera per godermi il tramonto. Non è la prima volta. In effetti lo conosco bene, è una presenza familiare ormai da anni. È una montagna dolce, dai profili arrotondati, che sfiora i duemila metri e sembra vegliare, con equilibrio e discrezione, sulle tre province che si incontrano ai suoi piedi: Lecco, Sondrio e Como.
La sensazione che si prova lassù sorprende sempre, anche quando pensi non abbia più nulla da donare. È un girotondo ubriaco di natura, laghi, fiumi, vallate e così tante montagne da perderne il conto.
La sensazione che si prova lassù sorprende sempre, anche quando pensi non abbia più nulla da donare. È un girotondo ubriaco di natura, laghi, fiumi, vallate e così tante montagne da perderne il conto.
Parto tardi, al termine della giornata lavorativa. Come sempre carico di aspettative (le aspettative sono truffatrici) e motivato a percorrere i settecento metri di dislivello che mi separano dalla vetta.
La scena che lassù può comporsi, durante il lento avvicendamento delle luci crepuscolari, concede all’immaginazione praterie sconfinate dove cavalcare colori, riflessi e giochi di luce. Poi, però, le condizioni reali sono sempre diverse e, almeno per me, raramente coincidono con ciò che immagino.
La scena che lassù può comporsi, durante il lento avvicendamento delle luci crepuscolari, concede all’immaginazione praterie sconfinate dove cavalcare colori, riflessi e giochi di luce. Poi, però, le condizioni reali sono sempre diverse e, almeno per me, raramente coincidono con ciò che immagino.
Salgo, mentre tutto il resto del mondo scende. Incontro diverse persone, perlopiù straniere. È la caratteristica dei “cacciatori” di tramonti, e provoca sempre sensazioni particolari.
Procedo veloce verso l’obiettivo. Non ho nessuno con cui condividere pensieri, fatiche o pause. Continuo a salire con un ritmo incalzante, lo sguardo basso e concentrato. A farmi compagnia c’è un groviglio di pensieri che si presenta e poi scompare annodandosi alla stessa velocità dei passi.
Procedo veloce verso l’obiettivo. Non ho nessuno con cui condividere pensieri, fatiche o pause. Continuo a salire con un ritmo incalzante, lo sguardo basso e concentrato. A farmi compagnia c’è un groviglio di pensieri che si presenta e poi scompare annodandosi alla stessa velocità dei passi.
Credo sia la solitudine a spingermi così, anche se non saprei spiegarne il motivo. È un passo che nasconde emozioni profonde, insicurezze, paure, e tutto ciò che la mente rielabora a modo suo.
È come salire di corsa, come se stessi rubando qualcosa per poi allontanarmi in fretta, prima che il buio mi avvolga completamente, prima di poter essere scoperto.
È come salire di corsa, come se stessi rubando qualcosa per poi allontanarmi in fretta, prima che il buio mi avvolga completamente, prima di poter essere scoperto.
Percorro l’ultimo tratto di sterrato tra l’Alpe di Mezzo e l’Alpe Pescedo. Un fruscio ripetuto arriva da cespugli di vecchi ontani e giovani betulle alte poco più di un metro e mezzo. Volto lo sguardo e incrocio quello di un anziano signore che, con il curlasc in mano, è intento a tagliare piccoli rami.
Le rughe attorno agli occhi si increspano in una smorfia interrogativa; lo sguardo, lucido e stanco insieme, sembra dire che ciò che sto facendo non lo convince affatto.
Non so quale espressione gli restituisco in quell’istante. Spero nulla che possa averlo offeso.
Le rughe attorno agli occhi si increspano in una smorfia interrogativa; lo sguardo, lucido e stanco insieme, sembra dire che ciò che sto facendo non lo convince affatto.
Non so quale espressione gli restituisco in quell’istante. Spero nulla che possa averlo offeso.
Mi fermo poco sopra per qualche scatto, solo quando l’occhio viene catturato da una condizione particolare che richiama irresistibilmente l’attenzione.
Superato l’alpeggio, affronto con il consueto passo sostenuto il primo ripido pendio che conduce alla Bocchetta di Chiaro, spartiacque tra la vetta del Berlinghera e quella del fratello maggiore, più massiccio, Sasso Canale.
Da qui la vista si apre anche verso nord e si può ammirare la stupenda Valchiavenna. Mi fermo pochi istanti, solo il tempo necessario per recuperare energia e riportare respiro e battito a un livello sufficiente per affrontare l’ultimo tratto.
Superato l’alpeggio, affronto con il consueto passo sostenuto il primo ripido pendio che conduce alla Bocchetta di Chiaro, spartiacque tra la vetta del Berlinghera e quella del fratello maggiore, più massiccio, Sasso Canale.
Da qui la vista si apre anche verso nord e si può ammirare la stupenda Valchiavenna. Mi fermo pochi istanti, solo il tempo necessario per recuperare energia e riportare respiro e battito a un livello sufficiente per affrontare l’ultimo tratto.
Adoro questa parte finale. Rientra nel bosco e sale con pendenze più decise lungo la spalla della montagna. La vegetazione si dirada progressivamente fino a lasciare spazio a un punto panoramico con una croce in ferro, da cui la vista sul Lago di Como diventa sempre più generosa.
Come spesso accade, è il desiderio di raggiungere la cima a prendere il sopravvento e a spingere il motore fino all’ultimo passo.
Come spesso accade, è il desiderio di raggiungere la cima a prendere il sopravvento e a spingere il motore fino all’ultimo passo.
Arrivo esausto. Posato lo zaino, cerco fiato mentre addento qualcosa, ma non mi fermo per caso. L’occhio ha già individuato una fioritura assolata sul versante sud e affacciata sul Lago di Como e sui monti lariani che lo stringono in un enorme abbraccio.
Penso: ecco il primo piano perfetto.
Penso: ecco il primo piano perfetto.
Scopro solo dopo che si tratta dell’erba dei lupi. Pura scenografia. Si leva verso il cielo come una pennellata viola, verticale e vibrante. Secondo alcune credenze popolari si pensava potesse avvelenare o addirittura uccidere i lupi, a causa della sua elevata tossicità.
Mi affascina il mondo della botanica. Il nome scientifico, Aconitum napellus, richiama luoghi rocciosi e pericolosi, dirupi, confini. Nell’antichità veniva usato come veleno ed era considerato una soglia simbolica tra l’uomo e la natura selvaggia. La mitologia greca racconta che l’aconito nacque dalla bava di Cerbero, custode dell’Ade.
Oggi sappiamo che è estremamente tossico. Una pianta dalla bellezza affascinante e dal potenziale pericoloso.
Alleggerito dal peso dell’attrezzatura, compio una rapida ricognizione intorno alla cima. Un’aria fredda si fa sempre più presente e abbassa ulteriormente le temperature, che non ricordano affatto la stagione estiva. Mi costringe a indossare la preziosa giacca antivento, ultimo strato disponibile nello zaino.
Le raffiche sono irregolari, imprevedibili, non stagionali. Qualche goccia mi colpisce il viso. Osservo verso nord-est, in direzione della Val Bodengo e della Svizzera. Mi imbatto nella coda di un temporale che transita, spinto da sud, proprio lungo quella direzione. Controllo il radar meteorologico per valutarne l’entità. Un temporale in quella posizione è decisamente da evitare.
Le raffiche sono irregolari, imprevedibili, non stagionali. Qualche goccia mi colpisce il viso. Osservo verso nord-est, in direzione della Val Bodengo e della Svizzera. Mi imbatto nella coda di un temporale che transita, spinto da sud, proprio lungo quella direzione. Controllo il radar meteorologico per valutarne l’entità. Un temporale in quella posizione è decisamente da evitare.
Appurata distanza e rotta, i pensieri tornano alla fotografia. Grazie al temporale il paesaggio muta di continuo. Il sole, ormai basso, filtra tra le nuvole in movimento e, come ombre cinesi, disegna giochi di luce che mutano senza sosta.
Mi diverto. Provo soddisfazione. Cambio ottiche, inquadrature, cerco di catturare quante più condizioni possibili. Ogni angolo offre dettagli e sfumature cariche di mistero. La mente è completamente assorbita dalla fotografia e si dissocia, per un momento, dalle sensazioni figlie della solitudine.
Mi diverto. Provo soddisfazione. Cambio ottiche, inquadrature, cerco di catturare quante più condizioni possibili. Ogni angolo offre dettagli e sfumature cariche di mistero. La mente è completamente assorbita dalla fotografia e si dissocia, per un momento, dalle sensazioni figlie della solitudine.
Durante questa frenesia, volgo lo sguardo a est. All’improvviso appare un arcobaleno perfetto che traccia una mezzaluna completa sull’intera vallata. È uno spettacolo unico. Cambio nuovamente e rapidamente ottica e passo al grandangolare per coglierlo al meglio. Resto estasiato. Da questa altezza l’arcobaleno è esaltato nella sua espressione più pura di cromie, geometrie e atmosfera.
In questo istante nasce “Borrowed Light”.
In questo istante nasce “Borrowed Light”.
Poi, in pochi istanti, scompare. L’arcobaleno è pura magia. Colora il mondo e svanisce in un istante.
Mentre il sole scavalca l’orizzonte, torno all’inquadratura iniziale. Il cielo si tinge dei suoi colori e inizia il walzer dei toni caldi, che lentamente scemano in un raffreddamento progressivo. Cala rapidamente anche la temperatura, spinta dalle correnti temporalesche e dai duemila metri di quota.
Termino la sessione fotografica e verifico che gli scatti coprano i piani focali necessari per il focus stacking, tecnica indispensabile per questo tipo di immagine.
Mentre il sole scavalca l’orizzonte, torno all’inquadratura iniziale. Il cielo si tinge dei suoi colori e inizia il walzer dei toni caldi, che lentamente scemano in un raffreddamento progressivo. Cala rapidamente anche la temperatura, spinta dalle correnti temporalesche e dai duemila metri di quota.
Termino la sessione fotografica e verifico che gli scatti coprano i piani focali necessari per il focus stacking, tecnica indispensabile per questo tipo di immagine.
Qui nasce “Where Beauty Becomes Truth”.
Quando tutto si placa, i colori, l’adrenalina, la cattura fotografica, tornano i pensieri a farmi compagnia.
Quando sei solo, al crepuscolo, a duemila metri, è lì che inizia il dialogo con te stesso. E non sei più tu a condurre la discussione.
Quando sei solo, al crepuscolo, a duemila metri, è lì che inizia il dialogo con te stesso. E non sei più tu a condurre la discussione.
Scendo rapido lungo la cresta finale, il tratto più impegnativo. Voglio superarlo prima di accendere la frontale. È uno sforzo fisico e mentale continuo, una scelta costante dei punti d’appoggio migliori. Un automatismo collaudato, archiviato nella memoria, che mi permette di muovermi con sicurezza e rapidità.
Quando raggiungo la Bocchetta di Chiaro, il nero ha già avvolto le sagome dei monti lariani. Le loro forme, nette e scure, sembrano sostenere per contrasto il blu intenso che ha invaso l’orizzonte. Pare che lo stesso pennello abbia insistito più volte su quel colore, a sottolinearne il ruolo di protagonista in questo attimo sospeso del crepuscolo, quello che chiamiamo ora blu. Di riflesso, la luce disegna la sagoma iconica del Lago di Como.
Il silenzio che regna è denso, quasi tangibile.
Il silenzio che regna è denso, quasi tangibile.
Lascio alle spalle gli alpeggi ed entro nel bosco. Ora il buio mi avvolge completamente. È ovunque. La luce frontale illumina pochi metri davanti a me e, prestando attenzione a ogni singolo passo, continuo la discesa. Conosco bene l’ambiente, ma il buio cancella ogni riferimento dalla memoria visiva. Mi concentro quindi esclusivamente nel seguire la stessa traccia percorsa in salita.
La solitudine ora è al massimo della sua espressione, amplificata dal buio e dal silenzio della sera. La montagna entra in una nuova fase, in nuovi equilibri. Inizia l’esplorazione del tasso, la caccia della volpe, gli scavi dei cinghiali, la vedetta del gufo, il canto dell’allocco.
Io, qui, ora, non sono altro che un intruso. Goffo e rumoroso. Un estraneo dal passo svelto, carico di paure, frustrazioni e debolezze.
Io, qui, ora, non sono altro che un intruso. Goffo e rumoroso. Un estraneo dal passo svelto, carico di paure, frustrazioni e debolezze.
Siamo diventati bravi a passeggiare tra le vie delle nostre città, osservando vetrine, dispensando giudizi, rincorrendo mode per sentirci importanti. Ci sentiamo grandi per ciò che possediamo, non per ciò che siamo. È una direzione che abbiamo preso quasi senza accorgercene.
Non sappiamo più stare soli con noi stessi, al buio, in un bosco. Ci muoviamo come formiche in immensi centri commerciali, ma senza un cellulare ci sentiamo smarriti.
Non mi sento simile a questo nuovo uomo, ma ne riconosco il pericolo. È lì che si muove la maggioranza, ed è una direzione a cui non voglio conformarmi.
Mi fermo d’improvviso. Mi guardo intorno e non riconosco il sentiero. Troppe curve, dettagli che non appaiono familiari. Cerco di orientarmi e penso: non posso essermi allontanato molto dalla traccia di salita. Non ho intenzione di tornare indietro, così decido di scendere ancora qualche decina di metri.
Alzo lo sguardo e illumino più in profondità con la frontale. Quattro luci, in lontananza, mi fissano immobili. Piccoli punti luminosi sospesi in uno sfondo nero uniforme. Capisco subito che sono occhi, ma le sagome restano incerte e l’ansia mi travolge con violenza. Passano pochi passi, ora più lenti e incerti, prima di scoprire, con un misto di sollievo e vergogna, che si tratta semplicemente di due manze al pascolo.
Alzo lo sguardo e illumino più in profondità con la frontale. Quattro luci, in lontananza, mi fissano immobili. Piccoli punti luminosi sospesi in uno sfondo nero uniforme. Capisco subito che sono occhi, ma le sagome restano incerte e l’ansia mi travolge con violenza. Passano pochi passi, ora più lenti e incerti, prima di scoprire, con un misto di sollievo e vergogna, che si tratta semplicemente di due manze al pascolo.
Mi osservano passive. Nei loro occhi leggo perplessità, forse una domanda silenziosa sui miei movimenti e sulle mie intenzioni. Scendo ancora qualche metro e raggiungo una piccola piana erbosa, alla stessa quota della compagnia che prima mancava e che ora avrei preferito non incontrare.
Intravedo una baita in lontananza, la riconosco e mi dirigo verso di essa con passo rapido, lasciandomi le manze alle spalle. Mi volto più volte per accertarmi delle loro intenzioni che, con la stessa indifferenza iniziale, continuano indisturbate le loro armoniose attività.
Intravedo una baita in lontananza, la riconosco e mi dirigo verso di essa con passo rapido, lasciandomi le manze alle spalle. Mi volto più volte per accertarmi delle loro intenzioni che, con la stessa indifferenza iniziale, continuano indisturbate le loro armoniose attività.
Poco dopo intercetto il sentiero di salita che avevo perso. Lo riconosco subito. In breve mi conduce al parcheggio, dove l’automobile, sola quanto me, segna la fine di questo breve ma intenso respiro a pieni polmoni.
Un’aria carica di paure e debolezze.
Un’aria onesta, reale, buona.
Un’aria onesta, reale, buona.
È la stessa aria che cerco quando sento il “richiamo della montagna”. Quella che non consola, ma chiarisce. Quella che non protegge, ma mette a nudo.
Un’aria che forse non ti rende più forte, ma sicuramente più vero.
Un’aria che forse non ti rende più forte, ma sicuramente più vero.
Scendo a valle con questa aria nei polmoni. Con la consapevolezza che la solitudine non è mera fuga o isolamento, ma un luogo. Un luogo scomodo, essenziale, necessario.
Un’isola benedetta, forse.
Un luogo dove, senza maschere, si torna ad ascoltarsi davvero.
Un’isola benedetta, forse.
Un luogo dove, senza maschere, si torna ad ascoltarsi davvero.
Un’aria di risposte.
Un’aria di solitudine.
Un’aria di solitudine.


