Quattro ruote rotonde
Pubblicato da Andrea Mottarella in Racconti · Venerdì 13 Mar 2026 · 4:00
Tags: essenziale, identità, crescita, personale, misura, riconoscimento
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Succede, a volte, di leggere pagine che accendono frammenti di memorie sopite.
Non del tutto dimenticate. Le memorie tristi persistono più a lungo di quelle felici. Come se le radici penetrassero più in profondità, ancorandosi all’animo. Non ne conosco il motivo biologico. So solo che certi attimi di pura gioia oggi fatico a metterli a fuoco. Al contrario, i ricordi più cupi sono nitidi, taglienti.
Una fotografia che ci riporta a ricordi grigi possiamo strapparla o cancellarla dal PC. Un oggetto che riapre ferite possiamo gettarlo. Con l’archivio dei dolori questo non è possibile.
Esiste però un rimedio per smussarne gli spigoli. L’unico che conosco. Investire nella propria crescita. La rivoluzione dell’Io nasce lì.
Qualche tempo fa mi sono imbattuto in un capitolo intitolato L’essenziale e il superfluo. (da “Confessioni ultime” di Mauro Corona, Ed. Chiarelettere)
Capitolo denso, fatto di contenuti e aneddoti. Ne condivido alcuni:
“Il meccanismo, il segreto semplicissimo dell’esistenza è togliere per vedere, per avere una visione, per cui l’essenziale è produrre la vita e campare con le cose necessarie a quella funzione. E solo quelle. La vita è come scolpire, bisogna togliere”.
Poi Corona scrive di suo nonno.
“Era analfabeta, ma la sua era una forma di poesia primitiva. Era un vecchio di un metro e 90. Se servivano 100 quintali di legna e ne facevi 110, te li faceva lasciare lì i quintali in più. Quelli servivano ad altri. Ecco la lezione di un analfabeta. Andavamo a rane per mangiare. Metti che ne servivano cento. Se ne prendevo cento e una il vecchio mi dava bastonate sulle mani. Quelle servono agli altri diceva. Niente da fare, lui calcolava anche le rane. Perché si doveva vivere del necessario, anche in tempo di miseria, stando attenti a rispettare la natura”.
Proseguendo, il testo tocca una corda che riaccende una nota stonata che avevo accantonato. Il ricordo torna e con esso la delusione.
Ricoprivo un ruolo manageriale di una certa importanza. Ci erano voluti anni di lavoro, studio e sacrifici per arrivarci.
Quel giorno avevo in programma un pranzo di lavoro con alcuni fornitori rilevanti. Arrivai tra i primi. Non sopporto il ritardo. Lo considero una mancanza di rispetto verso la cosa più preziosa che possediamo: il nostro tempo.
Il pranzo scorre veloce. Quando siedo al tavolo con persone che ricoprono ruoli importanti provo una sottile soggezione. Sento il peso del dover dimostrare di meritarmi quel tavolo.
Arriva il momento dei saluti. Ci si sposta nel parcheggio.
Salgo a bordo della mia auto. Mi accosto per un ultimo cenno. In quel momento arriva una battuta sulla macchina.
Mi era già successo.
Ma lì, davanti a interlocutori esterni, il colpo andò a segno.
Ma lì, davanti a interlocutori esterni, il colpo andò a segno.
Ne rimasi ferito.
Guidavo una Lancia Y. L’avevo ereditata da mia moglie dopo la nascita di nostro figlio.
Era piccola. Tre porte. Grigio “castello incantato”.
Non si addiceva a un manager.
Non si addiceva a un manager.
Così almeno sembrava.
Era solo una battuta.
Eppure, quando qualcosa ti ferisce, lo fa oltre il raziocinio.
Eppure, quando qualcosa ti ferisce, lo fa oltre il raziocinio.
Oggi so che il disagio non nasceva dall’oggetto, ma dal mio bisogno di essere riconosciuto. Oggi mi importa meno dell’approvazione. Ancora meno se legata a qualcosa di materiale.
Scelgo di essere concreto.
Scelgo l’essenziale.
Scelgo l’essenziale.
La Y non c’è più. Ora guido una Fiat Bravo che mio padre voleva rottamare. Tra poco compirà vent’anni. Me lo ricorda nei dettagli: i buchi di cenere nei sedili, i franchi dimenticati nel portaoggetti per i parcheggi in Svizzera, lungo le sue sessioni fotografiche.
Non la cambierei. È casa.
La Y come la Bravo hanno quattro ruote rotonde.
“Se non vedi ancora la tua propria bellezza, fai come lo scultore di una statua che deve diventare bella: toglie questo, raschia quello, rende liscio un certo posto, ne pulisce un altro, fino a far apparire il bel volto nella statua. Allo stesso modo anche tu togli tutto ciò che è superfluo, raddrizza ciò che è obliquo, purificando tutto ciò che è tenebroso per renderlo brillante, e non cessare di scolpire la tua propria statua finché non brilli in te la chiarezza divina della virtù… Se sei diventato questo… senza avere più, interiormente, qualcosa di estraneo che sia mescolato a te… se ti vedi divenuto tale… guarda tendendo il tuo sguardo. Poiché solo un occhio siffatto può contemplare la Bellezza”.— Plotino, Enneadi

